Questo spazio raccoglie gli interventi del parroco Don Giorgio Bellei e i relativi commenti.
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Se avessi scritto: “Venne tra la sua gente, ma i suoi non lo hanno accolto” (cfr Gv 1,11), sarei stato meno efficace. A uccidere i Cristiani cominciò l’Impero Romano, che pur tollerava tutti i culti; e lo fece non certo perché fossero criminali, o perché non riconoscessero l’autorità imperiale. Molti cristiani infatti militavano nell’esercito, con giuramento di fedeltà, e secondo la mentalità del tempo erano pronti a difendere dai “barbari” il “limes”, cioè il confine dell’Impero. Allora perché Roma si sentiva minacciata da loro? In una parola i cristiani erano - e sono - coloro che al di sopra di ogni valore mettono Gesù. Ieri contestavano all’Imperatore di ritenersi un essere divino e di poter agire a suo arbitrio, oggi parlano di “valori non negoziabili”. Vanno sempre oltre le soluzioni immediate (per esempio “l’amore mi porta a convivere” o “col divorzio mi rifaccio una vita”).
È facile accorgersi, come notano gli storici delle persecuzioni romane, che per gli imperatori, i quali ritenevano se stessi “divini” (facendosi così molto più simili al modello dei tiranni orientali, e rinunciando di fatto a quello della Roma Repubblicana guidata dal Senato), i Cristiani fossero una minaccia. La persecuzione della Roma antica è per molti aspetti simile alla cristianofobia che oggi pervade l’occidente. Essa qui in Europa non sopprime materialmente, ma opera una discriminazione culturale che emargina la fede cristiana e di fatto la uccide, presentandola come superata, vecchia e nemica dell’uomo. Guai se i cristiani affermano che Dio ha dei diritti anche nella vita sociale (il Regno Sociale di nostro Signore Gesù Cristo; cfr. enciclica “Quas primas” di Pio XI), o difendono il matrimonio naturale con la sua complementarietà di sessi.
Negli ultimi due secoli, l’uomo occidentale inebriato di ragione immanente, si è convinto di essere “divino” cioè autore col suo pensiero e con la dittatura del numero, della sua auto-salvezza. E quando uno è convinto di salvarsi da solo, non ha più bisogno di un Salvatore. Chi gliene parla diventa anacronistico e a lungo andare odioso. Per i cristiani a Natale l’Unico Salvatore torna nel mondo e, a costo di essere perseguitati, Lo vogliono accogliere. Don Giorgio Bellei Il Motu proprio Summorum Pontificum compie cinque anni (2007-2012)
Il Motu proprio Summorum Pontificum non è una concessione o un indulto, ma è una legge generale della Chiesa, entrata in vigore per sovrana volontà del Papa. Nella sua biografia “La mia vita” (Edizioni San Paolo, 1997) l’allora cardinale Ratzinger scriveva (pag 112): "Quando si riformò il Messale (...) si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale con cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. Non c’è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti un autentico miglioramento, ma il fatto che sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest’ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia, non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. In questo modo, si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta", che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni". Il Motu proprio è una legge generale della Chiesa, data da colui che solo ha l'autorità di farlo. Vale dappertutto e va obbedita, in quanto non "concede", ma vuole che la liturgia romana sia fatta conoscere in tutta la sua completezza. Obbedire al Papa vuol dire concentrarsi anche sullo sforzo di conoscenza, studio e pratica della Antica e Veneranda Liturgia. Don Giorgio Bellei Qualcuno dice che il terremoto è un castigo di Dio. Ma allora bisognerebbe concludere che Dio è vendicativo e crudele. Gli atei sono confermati nel dire che Dio, se ci fosse davvero, avrebbe dovuto evitare tutto questo. Gli agnostici affermano di avere ragione nel negare l'esistenza di un principio di verità e nell'appellarsi al "caso"; e sostengono che solo l'uomo, in una lotta solidale contro la natura, può portare una qualche salvezza in tale frangente. Riportiamo in questo blog uno scambio di domande e risposte avvenuto sul sito www.bosecuriose.it ; attendiamo i vostri commenti. Don Giorgio Bellei
(L'articolo di Beppe Manni sul terremoto, pubblicato sulla Gazzetta di Modena del 27/5/12, si può trovare qui: http://www.bosecuriose.it/manni-gazzetta-di-modena-.html)
In chi lo conosce bene, come il sottoscritto, si fa strada l’impressione che voglia gettare discredito su un “mondo” che lui ha abbandonato, ma di cui sente ancora il fascino, perché nonostante i difetti , presenti in tutti i raggruppamenti umani, è l’unico con l’aria ancora fresca. D’altra parte l’acredine è sempre presente in chi ha lasciato il sacerdozio, non per motivi umani e sentimentali, ma politici ed ideologici. La strumentalizzazione del terremoto ai suoi fini propagandistici è odiosa anche perché da parte dei credenti e dei pastori è stato chiaro da subito che non si voleva utilizzare per fini di propaganda religiosa, la tragedia. Ne sono prova le parole del Cardinale Caffarra che afferma che “non si può né si deve mai cercare una causa diretta tra peccato e disgrazia”. Nessun Vescovo né prete emiliano ha parlato di castighi e nessuno ha mai opposto la invocazione a Dio perché ci salvi dalla peste, dalla fame, dalla guerra e dal flagello del terremoto, alla operosità dell’uomo e alla sua solidarietà, per la ricostruzione. Tutti hanno ricordato e riconosciuto l’autentico servizio e la carità dei cittadini e dei corpi preposti alla assistenza e alla protezione. Odioso è anche l’opporre Vescovo a Vescovo e infantile è il basare questa differenza sul tipo di abito indossato. Anche l’arcivescovo Lanfranchi alla veglia di Finale si è presentato con quei segni che di fronte ai fedeli lo qualificano per quello che è. Il primo dei ministri e dei segni di Cristo . Quegli abiti dicono che la Chiesa è vicina e che Dio non abbandona mai. Tra l’altro perché il Manni non ha criticato le divise dei pompieri e della protezione civile, che danno la certezza a chi soffre di non essere lasciati soli? Qui sta il punto. Nel suo parlare solamente umano, nel suo essere certo che Dio debba fare solo quello che vuole lui, il nostro dimentica che ciò che la Chiesa dà, è il conforto più grande. Non che gli altri non servano. Nell’immediato possono anche essere i più urgenti, ma l’uomo che ha una dimensione spirituale e una chiamata all’eternità ha bisogno di sentirsi ripetere che anche quando i monti crollano Dio è La Roccia incrollabile. Questo sono andati a dire i Pastori che subito sono accorsi in supporto dei parroci che in loro nome, sono sempre li, tra la gente, a condividere. Ci sono inoltre nello scritto del Manni tanti errori religiosi, come quando dice che la Divinità (lui la scrive in minuscolo) non ferma i disastri naturali. Il Miracolo della tempesta sedata afferma proprio il contrario. Miracolo è certamente la solidarietà, ma miracolo più grande è l’invito a riflettere sul significato della nostra vita e al suo conseguente cambiamento, che a me piace chiamare conversione. Don Giorgio Bellei
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Beppe Manni, nella sua rubrica settimanale sulla Gazzetta di Modena, esprime sempre giudizi critici contro la Chiesa e la fede dei semplici. Questo suo stile è “ormai vecchio e datato” perché è quello di un sessantottino ideologico.