Sto leggendo, in questi giorni, un libro della scrittrice iraniana Azar Nafisi, perseguitata dal regime di Teheran ed esule negli Stati Uniti. Il libro, che porta il titolo “Leggere Lolita a Teheran”, paragona la condizione della donna nel regime degli ayatollah a quello di Lolita nelle mani di Humbert Humbert.
Come la retorica di H. H., che si dichiara vittima dell'amore per Lolita, nasconde la realtà della violenza, della privazione della libertà, dell'annullamento della personalità della bambina, così la retorica del professore di moralità islamica, citato dalla scrittrice come icona del regime, che definisce la ragazza islamica come “una vergine, immacolata, pura, che si conserva per il marito e unicamente per lui”, nasconde la realtà di molestie continue subite dalle ragazze da parte di uomini “barbuti e timorati di Dio”.
Si tratta di controlli polizieschi sulle donne (per esempio quando le ragazze entrano all'università vengono verificati colore e lunghezza del vestito, contenuto della borsetta, eventuali tracce di trucco, mentre i maschi entrano liberamente), di sevizie, umiliazioni, imprigionamenti quando le donne disobbediscono alle regole; senza parlare dell'abbassamento da diciotto a nove anni dell'età minima perché una ragazza possa sposarsi, e della reintroduzione della lapidazione per adultere e prostitute.
Nel quadro dipinto dalla scrittrice, come la vita di Lolita è confiscata da parte di un altro individuo, così la vita di una o più generazioni di donne iraniane è confiscata dall'ideologia islamica.
Forse l'Islam non è tutto come descritto da Azar Nafisi, ma queste cose vanno comunque dette; magari per far riflettere certi intellettuali nostrani di entrambi i sessi, che continuano a dichiarare “nemici della donna” principalmente la Chiesa Cattolica e il Papa.
Ermanno Forghieri |