La forma straordinaria


La mia speranza sarebbe che [ci fosse] una attenzione particolare per la forma straordinaria (di Pio V) della Messa introdotta con il Motu Proprio.

Ma chiedo la vostra pazienza e mi dilungo per cercare di comunicarvi l'idea che mi sono fatto di essa...


Antico rito


Nella nostra parrocchia la messa col rito antico viene celebrata ogni domenica alle 18.00


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La bellezza della Messa antica

Cari tutti,
si avvicina il momento dell'avvicendamento in diocesi tra mons. Cocchi e il nuovo vescovo, il cui nome è per ora sconosciuto. Ci avrete sicuramente già pensato, ma volevo proporre di pregare in modo particolare in questo periodo proprio per la persona che sarà il nuovo
vescovo. Magari con una sera apposta in cui si dica il rosario...

Chiunque sia anche minimamente interessato a questo cambio di “dirigenza” avrà le sue speranze e eventualmente le sue istanze per il bene della diocesi o della sua parrocchia. La mia speranza sarebbe che il nuovo vescovo avesse una attenzione particolare per la forma straordinaria (di Pio V) della Messa introdotta con il Motu Proprio.
Dico questo perché ho avuto occasione di seguirla a Trieste in una chiesa
(ve ne è una sola in cui ci sia questa possibilità, come lo è la nostra parrocchia in diocesi) opportunamente scelta dal vescovo nel centro della città, per varie settimane, e ne ho avuto un'impressione molto bella. Ma chiedo la vostra pazienza e mi dilungo parecchie righe per cercare di comunicarvi l'idea che mi sono fatto di essa.

Alcuni sostengono che la crisi di vocazioni e, più in generale, la crisi della fede, siano dovute alla “perdita del senso del sacro”, che con qualche parola in più chiamerei una caduta nel materialismo estremo anche per quanto riguarda la vita religiosa.
Il prete, che è l'anello di congiunzione tra il materiale, prosaico e quotidiano per eccellenza (il pane) ed il soprannaturale (Dio) diventa totalmente superfluo e rimpiazzabile in una società che si dimentica della radice soprannaturale della fede.
Allo stesso tempo, quante persone, pur confessandosi credenti, sarebbero disposte ad affermare la propria fede scommettendo il proprio conto in banca sulla esistenza di Dio?

Probabilmente pochi. È vero che probabilmente nemmeno un ateo convinto sarebbe disposto a scommettere il suo conto sulla non esistenza di Dio, a meno che non abbia intestato tutti i soldi alla moglie, ma è anche vero che chi non crede in nulla ha una responsabilità in meno di chi crede in qualcosa, perché quest'ultimo deve dare ragione non soltanto dell'esistenza, ma anche della forma, insomma della “faccia” del Dio in cui crede (un Dio che non esiste non ha nemmeno un volto da descrivere).

È veramente tanto difficile vivere ogni momento della propria vita con la convinzione della esistenza e bontà di Dio, e ancora di più è vivere pensando Dio (per come possiamo) come veramente è.

Le cose materiali che abbiamo attorno ci danno la sicurezza del tatto, del colore, e del profumo. Sono i cinque sensi che ci permettono di avere la certezza degli oggetti e della loro forma. Sono di nuovo i cinque sensi (potenziati con l'aiuto delle macchine e della tecnica) che ci permettono di ricercare le leggi della scienza.
Ebbene sì, se non ci potessimo fidare nemmeno dei nostri cinque sensi, saremmo davvero a mal partito. Persino gli animali si fidano ciecamente (!) dei loro cinque sensi, ed il gatto sa bene calcolare la distanza massima tra due tetti che è in grado di saltare, e si fida della sua capacità: ne va di almeno una delle sue sette vite.
Ma con quale senso possiamo avere la certezza della presenza di Dio?
Risponde a questa domanda l'inno “Adoro Te devote”, che in poche parole, con qualche metafora e con la chiarezza del migliore insegnante, spiega che il senso che dobbiamo utilizzare è l'udito.
Dicendo l'udito, quello che l'inno intende è la fede, o meglio la fiducia nelle parole dette da Gesù quando dice che il pane consacrato diventa il suo corpo.
Nulla di strano che la capacità di fidarsi venga classificata come “sesto senso” della natura umana. Infatti questa capacità è alla base dell'esistenza di tutte le società, e prima dell'arrivo della moneta era la pietra angolare di ogni economia materiale. La fiducia e la capacità di contratto (un contratto non istintivo, come può essere quello di una società di formiche, ma un contratto basato sulla volontà e la dignità)
è in un certo senso una peculiarità dell'uomo rispetto agli animali.

Senza la fiducia, la società si disgregherebbe, e ciascuno tornerebbe ad
essere un piccolo Mowgli nella foresta, uomo in sostanza, certo, ma in
pratica più animale che uomo.
Nel dire che il cristianesimo sia una religione soprannaturale, cosa che può disturbare molte persone, non si intende il fatto che sia una religione totalmente trascendente, una caratteristica che appartiene all'Islam.
Nel dire che il cristianesimo è soprannaturale si intende che comprende il trascendente, ma il cristianesimo è anche immanente (si veda la natura di Gesù soltanto). È per eccellenza entrambe le cose, e nella sua immanenza vuole che non solo uno, ma tutti i sensi dell'uomo possano venire a contatto con Dio quotidianamente.
Dunque, premesso l'assenso della fiducia umana, che crede nella transustanziazione, Dio si rende disponibile all'esperienza umana, nella totalità dei cinque sensi (in realtà fa ben più di questo, si rende cibo). E uno potrebbe dire: “Sì, ma non si faceva prima a farmi vedere Gesù Cristo direttamente?”.

E invece no, perché se ci pensate un po', la fiducia è l'unico senso che
abbiamo ad essere libero e volontario: se abbiamo davanti agli occhi una
mela, vediamo la mela, che lo vogliamo o no; se qualcuno ci urla
nell'orecchio, lo sentiamo, che vogliamo o no. È bello il fatto che
l'esperienza di Dio passi sempre attraverso un canale di libertà e volontà,
e che non dobbiamo essere abbagliati dalla luce divina senza dare il
nostro consenso. È un grande atto di fiducia di Dio nei nostri confronti,
è una richiesta di partecipazione volontaria, è, insomma, una
responsabilizzazione.

Per tornare al punto, la fede nella presenza reale è un elemento
fondamentale per la vita del credente. La sua mancanza è sicuramente più tipica di una società individualista, carente di fiducia in tutte le
relazioni umane, che di una società solidale.
Ma come l'udito del musicista si perfeziona con l'esercizio e la fatica (e
l'esercizio è rigoroso e normativo, oltre che pratico e materiale), anche
la fiducia si può perfezionare. Oltre che con la preghiera, essa si
perfeziona con mezzi del tutto pratici e materiali come le parole della
liturgia e le regole di una celebrazione. Del resto, per quanto possano
essere difficili da capire sul momento, come negare l'efficacia dei metodi
di un insegnante onesto e severo nell'impartire le sue lezioni? È
l'insegnante di cui ti ricorderai per tutta la vita, perché ti verrà in
mente ogni volta che riuscirai bene nel tuo mestiere, in quello che ti dà
il pane e ti rende utile agli altri. Ripercorrendo la metafora del gatto,
il gatto sceglie liberamente di saltare, ma poter saltare tra due tetti
più distanti, e ai limiti delle sue possibilità (come per noi è la
prova di fiducia in Dio, ai limiti tra naturale e soprannaturale), deve
fidarsi del fatto che ce la può fare, e per fidarsi deve esercitarsi,
deve disciplinarsi. Altrimenti sarà condannato a saltare soltanto sulle
case più vicine, fino a non saltare più e rimanere infine prigioniero
del suo tetto.

La messa di Pio V è tutta disciplinata e orientata all'evidenziare la
presenza reale. Mentre il prete nell'atto della consacrazione rende materiale tale presenza, la liturgia, che circonda tale atto, ammaestra all'esercizio della fede nella transustanziazione.
Il prete è nella sua funzione un gradino sopra agli altri (Gesù ha nei
suoi confronti fatto “voto di obbedienza” a transustanziarsi ogni volta
che lui glielo chieda con le parole della consacrazione), eppure in questa
messa è girato dalla stessa parte dei fedeli, ovvero verso il
tabernacolo: di fronte ad una montagna alta 2000 metri come è Dio, essere alti due metri o un metro e cinquanta non cambia certo le cose.
Il prete infatti non è il protagonista della messa, e questo è certamente più chiaro nella messa antica che in quella nuova, dove il prete rivolto all'assemblea ha la stessa postura e posizione di un relatore ad una conferenza. La messa antica è, umanamente parlando, più
“democratica”. Vi ricordo la frase di George Orwell ne “La fattoria degli
animali”, in cui la società animale della fattoria, partendo dai principi
rivoluzionari di eguaglianza, scade poi nel totalitarismo che dice che è
vero che gli animali sono tutti uguali, ma che “alcuni sono più uguali
degli altri”.
Ponendo Gesù fisicamente al centro della celebrazione questo rischio non
c'è, perché non è mai vero in pratica che tutti sono uguali (sarebbe
persino monotono), ma posti davanti a Dio, per quanto più o meno belli o intelligenti o ricchi degli altri possiamo essere, siamo tutti egualmente
piccoli di fronte alla sua presenza, incapaci di contenere la sua grazia.
L'esperienza di Dio lascia senza parole il più grande sapiente, eppure
eccolo lì, alla mercé della persona più umile, dentro un pezzo di pane.
Già, senza parole. Nella messa antica c'è molto più silenzio che
parole. Le parole, anche se latine, sono meno che nella messa nuova, ma hanno una capacità sintetica di comunicare l'essenza della fede che è la stessa di tanti inni e sequenze in latino. Hanno al contempo la pregnanza di un saggio teologico e l'eloquenza delle sculture sulle cattedrali (rileggete l'“Adoro Te devote” per avere un'idea). Il fatto che le parole siano meno, e che il canone della messa antica sia uno solo invece che i tanti della messa nuova, consente più facilmente (ad un prete o un fedele) di memorizzare l'unico intero canone per poterlo recitare in ogni momento senza libretto (imparare a memoria la messa richiede fatica, ma lo può fare chiunque, e lo consigliava lo stesso J.R.R. Tolkien in un suo scritto riguardo alla celebrazione quotidiana).
Dunque semplicità, eleganza, silenzio e una incredibile ricchezza di
simboli e segni sono un patrimonio inestimabile racchiuso nella messa
antica. Simboli e segni sono fatti per toccare il cuore anche delle
persone meno colte, ed incapaci di seguire la digressione di un dotto. I
pubblicitari l'hanno capito, e infatti in televisione non perdono tempo a
spiegarci perché questo prodotto è migliore dell'altro, ma usano il
simbolo, la musica e l'immagine per colpire tutti, senza distinzione di
cultura.
C'è però una bella differenza tra la pubblicità, in cui il profitto si
nasconde falsamente dietro un oggetto bello e attraente che solo i più
ricchi possono avere, e la liturgia, in cui Cristo si nasconde veramente
dietro un oggetto piccolo e prosaico come un pezzo di pane, per essere
alla portata di tutti.

Concludo dicendo, infine, che sarebbe bello che la messa antica diventasse anche una delle tante messe della cattedrale, e che il vecchio messale non fosse considerato come un libro polveroso di difficile consultazione, ma venisse spolverato, e se ne parlasse anche come nuova ricchezza e possibilità in altre parrocchie della diocesi.

Giovanni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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